Evasione Fiscale – Il governo rifiuta 50 miliardi preferendo aumentare le tasseEvasione fiscale, il governo ha la possiiblità di punire chi ha "esportato" capitali, ma l'esecutivo si oppone al raggiungimento di accordi con la Svizzera, come già fatto da altri stati e approvato dalla UE; Monti e soci ci potrebbero spiegare perchè vogliono proteggere ancora gli evasori?
Peccato che tra pochi mesi, si rischia di vedere messo in opera l’ aumento dell’IVA dal 21% al 23%, che ancora non si sappia quanto si dovrà pagare per il saldo dell’ IMU, che nell’ultimo periodo le aste di titoli di stato abbiano registrato un aumento dei tassi di interesse. Aumento che andrà a “gonfiare”,ancora una volta il debito pubblico rendendo così più improbabile il raggiungimento del pareggio di bilancio, ergo sum serviranno nuove entrate, per cui un altro giro di vite sulle tasse. Tutto questo o per lo meno l’ aumento dell’IVA dal 21 al 23% potrebbe essere evitato se in questi mesi estivi il governo riuscisse a “recuperare” quei 4,1 miliardi di euro che servono, tramite il taglio dei costi che dovrebbe essere messo a punto nella famosa spending review. A quanto pare, sembra che ad occuparsene dovrebbe essere mister Bondi, ex AD di Parmalat, che in questi ultimi anni, si è distinto per l’ abilità e la costanza nel perseguire gli interessi dell’azienda, riuscendo a recuperare più di 2 miliardi di euro in revocatorie. Si attende ora l’ufficializzazione di questa posizione, per tornare a sperare in un personaggio, che ha dimostrato di non temere la forza dei grandi gruppi multinazionali pur di difendere il diritto dell’azienda per cui lavorava. Un bel duello Bondi – Lobby, è quello che molti si augurano, in modo da verificare fino a che punto le ultime, oseranno spingersi per difendere i propri privilegi, in un momento in cui la loro popolarità è giunta ai minimi storici. Ma al di là di tutto questo, vi è il solito paradosso tutto italiano, per cui a fatti se solo volesse, l’esecutivo attuale potrebbe accedere in breve tempo ad un “tesoretto” quantificabile in una cifra che potrebbe arrivare sino a 50 miliardi di euro. Si tratterebbe di raggiungere, un semplice e già ratificato da altri paesi, accordo con il fisco svizzero, per poter ottenere la restituzione di una parte dei capitali evasi da aziende e cittadini italiani e giacenti nei caveau delle banche svizzere. La stima, parla di un capitale totale di denaro italiano evaso, giacente presso le banche svizzere di almeno 150 miliardi di euro, di cui lo stato potrebbe richiedere la restituzione sino ad un terzo del totale , ma a quanto pare questo non rientra negli interessi dell’esecutivo. A dire il vero, la posizione dell’esecutivo, era dovuta ad una disposizione UE, che riteneva di sua unica competenza il raggiungimento di tale accordo, in modo che le condizioni fossero uniche ed uguali per tutti gli stati. Peccato, che tale posizione è stata superata, da una dichiarazione rilasciata in data 17 aprile il commissario europeo alla Fiscalità, Algirdas Šemeta, che parla di “Full compliance”, piena conformità, a riguardo degli accordi bilaterali raggiunti da Gran Bretagna, Germania e Austria con la Svizzera, rendendoli a fatti compatibili con il diritto comunitario . Per esemplificare, l’Austria in data 13 aprile ha sottoscritto un accordo con la Svizzera che funziona in questi termini : Dei 20 miliardi di euro austriaci frutto di evasione, presenti nei caveau delle banche svizzere, l’Austria ha dato al disponibilità agli evasori di rimanere anonimi, in cambio della restituzione del 30% del capitale tramite il pagamento di una sanzione una tantum del 30 per cento, Si tratta a fatti di un condono fiscale ma di entità ben diversa da quel 5 per cento applicato da Giulio Tre-monti ai suoi tempi, soprattutto viste le “fantasiose” difficoltà odierne a far pagare una seconda “ammenda” ai famosi “scudati”. Inoltre, l’accordo firmato tra Austria e Svizzera, va al di là della semplice ammenda “una tantum”, prevede infatti, che tutti i proventi dei capitali e degli altri strumenti finanziari depositati in Svizzera, ovvero dividendi e capital gain, vengano tassati al 25% annuo. La Svizzera si accollerà quindi il ruolo di esattore per conto dell’Austria, in cambio conserverà il segreto bancario, strumento indispensabile per attirare i capitali dall’estero. Sulla falsa riga dell’ Austria si erano già mossi Germania e Gran Bretagna, raggiungendo accordi simili. L’applicazione si stava complicando, in quanto, a Commissione europea, temeva gli effetti distorsivi di provvedimenti che, di fatto, sanano le posizioni illecite del passato. L’ escamotage trovato, è quello di considerare i pagamenti effettuati solo come acconto di quanto verrà chiesto a chi ha soldi in Svizzera dopo l’approvazione di un accordo complessivo tra i 27 Paesi Ue che il commissario Šemeta continua ad auspicare”. A fronte di questa “rivoluzione”; la Germania ha raggiunto un accordo le cui condizioni sono ancora più dure. Si parla infatti di un prelievo una tantum tra il 21 e il 41 per cento e una patrimoniale colossale del 50 per cento per chi eredita un conto svizzero e non lo dichiara al fisco tedesco. Il flusso di denaro verso Berlino comincerà nel 2013. Pochi giorni fa il ministro delle Finanze elvetico, Eveline Widmer-Schlumpf, ha detto in un’intervista che “la Svizzera sta portando avanti con Italia e Francia il tema della tassazione degli asset detenuti in conti svizzeri da cittadini dei due Paesi, ma un negoziato formale deve ancora iniziare”. Questo in quanto Monti e soci sono favorevole agli accordi con la Svizzera solo nel quadro di un’intesa comunitaria, peccato che ora la stessa UE ha dato il via libera ad accordi bilaterali. Ora Monti e i suoi ministri non hanno più alibi, arrivare ad un accordo a questo punto non è solo sperabile ma doveroso, non è infatti escluso che il capitale recuperato, potrebbe andare a diminuire il carico fiscale che pesa sui cittadini. Visto anche la recessione in corso, e le minori entrate fiscali che questa comporterà, un “aiuto” dato da chi per anni si è arricchito sulle spalle degli altri non sarebbe certo mal vista, anzi sarebbe per una volta la benvenuta. Poi ben venga anche Bondi e la Spending Review, ma ora comincino a pagare i signori dei paradisi fiscali.
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